Rientrò nella locanda quando gli avventori cominciavano già ad andare via. Il suo umore non era migliorato e, anzi, come spesso accadeva quando decideva di annegare nella solitudine, si era fatto ancora più nero. Scelse un tavolo in un angolo e ordinò da bere. Dalla parte opposta della sala, Earmir ed Eyghen parlottavano e sorridevano complici: non avevano fatto caso a lei e Ariendil fu grata al destino, una volta tanto. Cristhan probabilmente era in camera, ma lei non aveva voglia di cercare la sua compagnia. Non aveva voglia di cercare la compagnia di nessuno.
Il locandiere arrivò col boccale di birra, le chiese se volesse anche qualcosa da mangiare e tornò alle sue mansioni quando la ragazza gli fece cenno di essere a posto così.
Un elfo e un Cavaliere della Luce… A pensarci bene era un abbinamento perfetto: due esseri fatti di purezza che sembravano creati dalla stessa mano. Guardava la loro felice armonia e si vergognò di esserne infastidita. Il fatto che Earmir fosse la sua migliore amica ed Eyghen la persona che non avrebbe augurato di avere al fianco neanche al suo peggior nemico spiegava solo in parte il misto di rabbia e disappunto che cresceva in lei. Forse si sentiva solo esclusa da quel mondo di luce che a lei non era dato avvicinare.
«Te ne starai qui a bere da sola per tutta la notte?» Immersa nei suoi pensieri, non aveva notato il tizio che le si era avvicinato.
Alzò lo sguardo verso di lui: biondo, occhi chiari, sorriso smagliante e l’aria di chi era fin troppo sicuro di sé. Il classico tipo che non le diceva assolutamente nulla.
«Può darsi» gli rispose annoiata. I biondi non le erano mai piaciuti, quelli che credevano di avere il mondo ai loro piedi ancora meno.
Il ragazzo si sedette al suo tavolo e ordinò altre due birre.
«Posso farti compagnia?» Ariendil alzò le spalle. «Come ti chiami?» le domandò ancora.
«Ti importa?»
Lui sorrise: «In effetti no. A te interessa sapere il mio nome?» A lei non interessava neanche se un demone fosse entrato all’improvviso dalla porta della locanda reclamando la sua vita. Lanciò un’altra occhiata ad Earmir ed Eyghen.
«Amici tuoi?» le chiese seguendo il suo sguardo.
«Più o meno.»
«Spero tu non voglia unirti a loro perché io non ho nessuna intenzione di dividere con altri la tua compagnia.»
Se non fosse stata così di malumore, Ariendil avrebbe riso per quella frase ridicola. Patetico, pensò. «Non voglio unirmi a loro» preferì dire.
Il ragazzo sorrise di nuovo: «Piuttosto scontrosa, eh? Sembri una pronta a tirare fuori gli artigli, ma secondo me non graffi affatto. Sono sicuro che sei più da fusa.»
A dire il vero, in quel momento era più da spada conficcata nel suo stomaco, ma mise da parte l’allettante prospettiva di farlo tacere in quel modo e fece scivolare il bicchiere vuoto verso di lui: «Me lo riempi?»
Mentre la serata continuava a macinare ipocrisia, Ariendil passava in rassegna gli ultimi mesi della sua vita: quando era stato che le era sfuggita di mano? Quando ciò che aveva perso aveva cominciato a trascinare giù anche tutto il resto? Non riusciva a risalire a un momento preciso. Ricordava molti episodi in cui si era sentita spezzata, alcune volte aveva persino avuto la sensazione di aver scritto la parola fine sulla storia della sua vita, ma se avesse dovuto ricondurre tutto ad un avvenimento in particolare non avrebbe saputo scegliere con certezza.
«Ne beviamo un’altra?»
Fissò con sguardo torvo il ragazzo davanti a sé: avrebbe pagato oro perché si togliesse quel sorriso idiota dalla faccia. «Ti do un consiglio per la prossima volta, anche se non ci sarà: se vuoi farmi ubriacare usa il vino.» Svuotò il boccale di birra e si alzò. «Ma stasera non ne hai bisogno. Andiamo.»













